6 agosto 2012

Operette Morali, Il Cantico del Gallo Silvestre di Giacomo Leopardi

Richard de Fournival, Bestiaire d'amour
creato in Francia nel XIV secolo
fonte
Il Cantico del Gallo Silvestre fa parte delle Operette Morali di Giacomo Leopardi, scritte tra il 1824 e il 1835. Questa è l’ultima scritta nell’anno 1824. E’ stata definita prosa-poetica dedicata alla morte. Nella prima “operetta” Storia del genere umano, il Leopardi descrive la nascita dell’uomo: bambini felici in un mondo dove non esistevano il mare, il cielo, le montagne, lo sguardo non aveva ostacoli; ma proprio questa mancanza di limiti rendeva l’uomo tediato dal tutto; Zeus allora mandò i monti, il mare e il cielo stellato. Presto gli uomini si stancarono anche di questo. Zeus mandò i malanni e la vecchiaia e come consolazione mandò la Speranza. Ma stanchi anche di ciò, ad un certo punto, pretesero la Verità e Zeus mandò la Verità. Verità che uccise la Speranza.
Nel Cantico del Gallo Silvestre viene mostrato l’antagonismo tra Speranza e Verità e, nella visione del Leopardi della maturità, non può che vincere la Verità, la Luce. Ma cosa racconta l’operetta in questione? Il Leopardi ci dice di aver tradotto da una pergamena un canto scritto in lettera ebraica, e in lingua tra caldea, targumica, rabbinica, cabalistica e talmudica, un cantico intitolato, Scir detarnegòl bara letzafra, cioè Cantico mattutino del gallo silvestre.
Ci racconta che un tempo esisteva un gallo che, poggiando i piedi sulla terra e la testa verso il cielo, cantasse il suo canto agli uomini: Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane. Leopardi non sa dire se questo gallo cantasse ogni mattina o avesse cantato una sola volta, ma il canto arriva insieme al ritorno del giorno, del mattino; il ritorno alla vita dopo una nottata trascorsa a dormire. Il sonno che porta un lieve ristoro agli affanni dell’essere umano; la vita sarebbe insopportabile, ci dice il Leopardi, se non si potesse interrompere di tanto in tanto con il sonno. Il sonno fatto di sogni ed immagini vane e liete s’interrompe con il ritorno al giorno, alla vita, e all’apparire della Verità (All'apparir del vero Tu, misera, cadesti … "A Silvia"). Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero. Il risveglio può essere allietato da immagini e speranze nuove ma pochi sono soddisfatti di questo desiderio: a tutti il risvegliarsi è danno (e qui non si può non pensare alla conclusione del "Canto notturno di un pastore errante per l’Asia": E’ funesto a chi nasce il dì natale).
Dolcissima cosa è quel sonno, a conciliare il quale concorse o letizia o speranza, dove in Storia del genere umano, la speranza era uno dei doni fatto da Zeus agli uomini che poi vollero la Verità. 
In Storia del genere umano, Leopardi aveva descritto il primo aspetto della terra come una landa priva di monti, stelle e mari, ora qui riprende questa scena per chiedere: se sotto l'astro diurno (il sole), … non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l'aria, né susurro d'api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non vi si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia: nello spazio dei secoli da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? La risposta è no o meglio, è funesto a chi nasce il dì natale, nessuna cosa è felice, il fine degli esseri viventi non è la felicità ma la morte, e, il sonno è una particella di morte che allieta e rende sopportabile la vita.
E poi lo sguardo del Leopardi scende dal Sole e dall’Universo fino all’uomo per cercare quella analogia, quella familiarità con la Natura, sperando ancora che non sia matrigna (anche se ormai il passo estremo del Leopardi verso la Natura matrigna è compiuto da tempo). Inserire l’Uomo nella logica della Natura, dargli un senso, senza trovarlo se non nell’affermazione di una logica negativa: arcano è tutto, fuor che il nostro dolore,"Ultimo canto di Saffo".



La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla giovanezza: questo per lo più racconsolato e confidente; la sera trista, scoraggiata e inchinevole a sperar male. Ma come la gioventù della vita intera, così quella che i mortali provano in ciascun giorno, è brevissima e fuggitiva; e prestamente anche il dì si riduce per loro in età provetta. 
In tutta questa vita destinata alla morte esiste qualcosa che sembra immortale: l’universo, Solo l'universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire: perocché se nell'autunno e nel verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisce.
Il Gallo Silvestre desta gli uomini, è un animale profetico, Leopardi lo fa nascere da un testo scritto in lingua ebraica, un po’ per prendere le distanze dalle proprie convinzioni e collocarle nelle tradizioni bibliche ma soprattutto per dare alle parole del Gallo un valore di profezia antica. Così come profetico e apocalittico è il finale previsto dal Gallo: Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi. Così, prima che l’Uomo possa comprendere che cosa sia la vita, l’esistenza, prima che possa capire il mistero della vita, e dell’Universo, questa terminerà, Tutto è pace e silenzio, e tutto posa il mondo, e più di lor non si ragiona, "La sera del dì di festa". A questo finale, fortemente vero, Leopardi aggiunge una nota: "Questa è conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente, l’esistenza, che non è mai cominciata, non avrà mai fine."
Una curiosità: Le operette Morali, nella prima edizione, furono pubblicate nel 1827, lo stesso anno in cui uscì il romanzo di Alessandro Manzoni I Promessi Sposi; Verità e Morte nelle “operette” mentre nel romanzo manzoniano troviamo la Provvidenza come protagonista silenziosa; le “operette” furono censurate dai Borboni del Regno di Napoli, ben altra fortuna ebbe I Promessi Sposi.
Ne I nuovi credenti, composto a Napoli dopo il 1835, e pubblicato solo nel 1906, abbiamo probabilmente la risposta di Leopardi a questa censura:

Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,

a cui grava il morir; noi femminette,
cui la morte è in desio, la vita amara.
Voi saggi, voi felici: anime elette
a goder delle cose: in voi natura
le intenzioni sue vide perfette.
Degli uomini e del ciel delizia e cura
sarete sempre, infin che stabilita
ignoranza e sciocchezza in cor vi dura:
e durerà, mi penso, almeno in vita. (vv. 100-9)

Altro mio post: Se non credete alle previsioni dei Maya provate con Giacomo Leopardi
Altra Operetta morale: Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggere

3 commenti:

  1. Bravissima, Orlando! Lo sai che parlando di Leopardi con me vai sul sicuro, ma hai fatto davvero una bella riflessione.

    @Leopardi: Dormi sereno ora e cerca la tua pace, domani mattina il gallo non ti sveglierà.


    P.S. Il commento aveva molto più senso questa notte, ma non riuscivo a inviarlo! C'era uno strano guasto che per fortuna ora si è risolto!

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    1. In effetti cominciavo a preoccuparmi, mi dicevo "ma come?! ho messo un post sul nostro Leo e Romina non passa di qui?!". Non poteva essere che per problemi tecnici, lo sospettavo. Grazie!

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    2. In effetti era proprio l'unica spiegazione possibile!

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